CADAVERE ECCELLENTE A BUENOS AIRES

Spie, barili di petrolio e di dollari, killer prezzolati e sullo sfondo l’ atomica iraniana: un romanzo nero insegue la politica argentina e la macchia di sangue. Domenica scorsa, nuovo capitolo. Come una nube tossica, l’ ombra di un morto eccellente si spande su quest’ anno elettorale che il prossimo ottobre dovrà scegliere il nuovo capo dello stato.

Al tredicesimo piano di una torre del lussuoso e vigilatissimo quartiere di Puerto Madero, trovano il cadavere del magistrato inquirente in questo momento più famoso del Sudamerica. Accusava la presidente della Repubblica, Cristina Kirchner, e il suo ministro degli Esteri di complicità con gli iraniani ritenuti responsabili dell’ attentato dinamitardo del 18 luglio 1994, al centro di Buenos Aires. L’ edificio della AMIA, la mutua ebraica, divelto in pieno giorno: 85 corpi di cittadini ebrei senza più vita e centinaia di feriti tra le macerie.

Alberto Nisman, 51 anni, era atteso proprio ieri al Congresso riunito in seduta plenaria per ascoltare la sua testimonianza sulle accuse esplosive rivolte al capo del governo e dello stato. L’ Argentina non parlava d’ altro, incredula o già risolta a condannare. Lui d’ improvviso introvabile. Allarmata dal silenzio del figlio, la madre è riuscita a entrare nell’ abitazione protetta da serrature elettroniche e l’ha trovato riverso accanto alla vasca da bagno, con un buco in testa e a terra una piccola pistola calibro 22, che sulle prime nessuno vede.

I dieci uomini della scorta erano stati da lui stesso quasi tutti messi in libertà per il fine settimana. Non ci sono testimoni. Non ci sono lettere. Solo un turbinio di ipotesi che ruotano attorno ai recenti cambi ordinati da Cristina Kirchner  ai vertici dei servizi segreti, dei rapporti di certi loro settori con i servizi di altri paesi, Stati Uniti e Israele soprattutto. E sullo sfondo l’ ambizione iraniana di costruirsi una centrale atomica, a suo tempo confortata dall’ Argentina che ne possiede il know-how. Ma poi di fatto abbandonata dai governi di Buenos Aires per quieto vivere internazionale. Quel sogno iraniano tiene sveglio anche di notte tutto l’ Oriente Medio e dunque le maggiori capitali del mondo.

In vent’ anni, malgrado pressioni e proteste, sull’ attentato alla AMIA la giustizia accumula solo una montagna di carte. Il peronista Carlos Menem non è più presidente. Il radicale De la Rua è fuggito a metà mandato. Il successore, Eduardo Duhalde, di nuovo un peronista, ha passato la mano. E’ il 2004, alla Casa Rosada c’è Nestor Kirchner quando il Tribunale assolve tutti gli imputati: gli iraniani contumaci ritenuti dalla pubblica accusa i mandanti così come la mano d’ opera argentina, tra cui personale della polizia provinciale.

Gli argentini intanto sono ancora traumatizzati dal default che ha distrutto migliaia di imprese e ridotto alla fame milioni di piccoli risparmiatori. Però lo scandalo è grande. L’ anno seguente, viene azzerato tutto. Accusato di gravi irregolarità, il giudice federale responsabile  dell’ istruttoria viene rimosso e l’ inchiesta riparte, affidata a due giovani magistrati, Nisman e Marcelo Martinez.

Stavolta fila veloce. Nisman si da da fare. Conferma e aggiunge nuove accuse a carico degli iraniani. Kirchner, che ha caldeggiato l’ incarico a Nisman, è siddisfatto. Ma gli otto incriminati stanno a Teheran e tra Iran e Argentina non c’è trattato di estradizione. Di nuovo si blocca tutto. Ed è a questo punto che sarebbe partita una diplomazia parallela e segreta, sospinta da una ragion di stato ritenuta da Nisman illegale e cinica. Registrazioni telefoniche, indizi e silenzi non privi di significato, inducono gli inquirenti a considerare l’ ipotesi che il governo stia trattando la rinuncia a perseguire gli iraniani accusati in cambio d’un vantaggioso accordo su acquisti di petrolio, di cui l’ Argentina ha urgente necessità.

Le illazioni arroventano il clima politico subito dopo le feste di Natale e capo d’ anno. Non è chiaro perchè ciò accada nel mezzo dell’ estate australe, con più gente sulle spiagge che nelle città. E la campagna elettorale in pre-riscaldamento. Alberto Nisman interrompe la vacanza, corre a Buenos Aires e in sostanza conferma che sotto la cenere il fuoco brucia più che mai. Ma solo lui conosce il contenuto delle centinaia e centinaia di compact disk colmi di registrazioni con nomi e cognomi.

L’ opposizione è incredula, accusa il governo ma non azzarda ipotesi concrete. A suo tempo ha criticato anche Nisman. Quando gli archivi di Wiki-leaks rivelarono che intratteneva rapporti troppo stretti e talvolta subordinati con l’ Ambasciata americana e l’ FBI. C’ era il sospetto di un opportunismo carrierista.

Misurate proteste di piazza testimoniano l’ inquietudine dell’ opinione pubblica. Un ansioso sconcerto è il sentimento più diffuso. Mentre i grandi mezzi d’ informazione da tempo ostili al governo diffondono in continuazione l’ ultimo intervento di Alberto Nisman poco prima della morte. Il magistrato dichiara che ha paura per la propria vita e di sentirsi tuttavia sereno, deciso a garantire giustizia.

Il governo non mostra però turbamenti. La presidente fa togliere il segreto all’ intero dossier giudiziario come richiesto dal magistrato morto, intercettazioni telefoniche comprese. Che tutti vedano come lei non ha nulla da temere. Del resto  i commerci illeciti con l’ Iran non sono avvenuti. Questo è certo. Ma la morte di Nisman rimane un’ enigma. L’ autopsia esclude altra causa che non sia lo sparo alla tempia, ma le mani del magistrato non mostrano tracce di polvere. Il confronto politico argentino ne esce ancor più avvelenato.  I misteri non aiutano le società a crescere nella democrazia.

 

(Image credits: Wikimedia.org)

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