FIDEL L’ ORGOGLIOSO REPLICA A OBAMA

Fidel Castro

Fidel Castro scrive dirigendosi al “fratello Obama”, ma i suoi primi e veri destinatari sono i giovani cubani. Dalle colonne del quotidiano ufficiale Granma, il vecchio leader avverte che Cuba sta trattando un accordo non una resa. E ricorda con orgogliosa precisione conquiste e sacrifici della sua storia, lasciando intendere che non verrà svenduta. Lo fa quasi una settimana dopo che il presidente americano ha lasciato l’isola. Ma a poche ore dal messianico e gratuito concerto dei Rolling Stones, che secondo gli organizzatori ha riunito un milione e 300mila persone (e Granma prende il numero per buono). Una festa in cui la musica ha evocato ogni momento la politica più che sovrastarla. Non è una questione di riflessi più o meno rapidi. Sulla soglia dei 90 anni, il vecchio leader argomenta con lucidissimo rigore, oltre che con qualche compiacimento.

Rolling Stones a CubaJagger e compagnia hanno concluso il nutrito e scoppiettante repertorio con Little Red Rooster, il ruspante galletto rosso le cui imprese sessuali scandalizzarono il perbenismo americano degli anni Sessanta fino al punto da ottenerne la censura. L’ hit è stato accolto da un boato! La Cuba odierna, quella ufficiale, che pure conserva qualche remora nei confronti dell’omosessualità, ha lasciato da tempo simili pruderie. Semmai la stagionata esuberanza dei rockeros inglesi può aver riportato alla mente di Fidel qualche episodio imbarazzante di cui poi ha fatto però ammenda, come quando approvò la messa al bando di Elvis Presley e del rock&roll. Inutilmente Pablo Milanès e Silvio Rodriguez tentarono di fargli cambiare idea. Le due stars del son cubano non riuscirono a convincerlo. I poliziotti più zelanti sequestravano la chitarra ai ragazzi che per la strada o sulle spiagge strimpellavano i Beatles.

Certe facce infastidite di Raul Castro mentre Barack Obama parlava a giovani e anziani nel Gran Teatro Alicia Alonso rinviavano al fratello Fidel, invisibile e silenzioso durante l’intera visita del presidente americano, la prima nella storia della Cuba rivoluzionaria. Una somma di circostanze, diversi temperamenti e gioco delle parti. Tutti sanno infatti che Fidel è presente e in ascolto anche se non appare e resta ufficialmente in silenzio. Costretto dalla malattia, Fidel ha lasciato da tempo la guida dello stato, del governo e del partito. Sebbene non più decisiva, com’è immaginabile la sua parola continua ad avere molto peso nel dibattito interno. E per la prima volta i vecchi sembrano pensare che la platea dei giovani risulterà determinante nella svolta intrapresa dall’ isola. I Rolling Stones sono un epifenomeno, ma riflette e illumina lo spirito libero di pregiudizi con cui tanti cubani non ancora nati quando Fidel censurava il rock si stanno mettendo in cammino.

Un atteggiamento che a Fidel non è sfuggito. Perciò nella sua lettera aperta, contrappone il ruolo di Cuba a quello degli Stati Uniti nel mondo, in una visione che non perde di vista i rispettivi presupposti etico-ideologici e i diversi ruoli strategici. “Mi sento in dovere di replicare a Obama”, dice. E’ però evidente che non si rivolge solo né principalmente a lui. E dalla vittoriosa battaglia sui contras sbarcati alla bahia de los Cochinos con l’appoggio della Cia, alla controffensiva in Angola per arrestare la grande offensiva delle bande dell’Unitas di Savimbi sostenuta dai blindati sudafricani, rivendica il solidale eroismo cubano.

“In quel continente con oltre un miliardo di abitanti, combattevamo lo stesso apartheid che nella Cuba di Batista arruolava buttafuori per impedire l’entrata ai neri nei locali pubblici delle nostre città”, ricorda non solo a Obama. E conclude affermando che se il presidente degli Stati Uniti vuol dialogare con Cuba, potrà constatare la lealtà del suo impegno per la pace e la fraternità tra tutti gli esseri umani. A patto che non pretenda di farle nessuna lezione. “L’impero non ci regala niente, né noi abbiamo bisogno di regali. Siamo capaci di produrre gli alimenti e i mezzi materiali di cui abbiamo bisogno con l’ingegno e il lavoro del nostro popolo”, proclama. E’ l’orgoglio cubano che il vecchio Fidel intende in primo luogo riscuotere.

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5 commento in “FIDEL L’ ORGOGLIOSO REPLICA A OBAMA

  1. Gli Usa non sono più quelli che abbiamo studiato o visto dagli anni ’60 in poi (Trump permettendo1). E anche Cuba ha bisogno di cambiare. Ma credo che il giusto appello di Fidel a una storia controversa ma con pagine veramente eroiche serva a richiamare tutti all’attenzione perché questo paese e questo popolo bellissimi non finiscano con il diventare una nuova terra da conquistare al più bieco capitalismo che lascia solo macerie non solo materiali, acuendo le differenze sociali e lasciando un deserto culturale e morale. Il dialogo fra Obama e Raul è un’occasione straordinaria per cercare una nuova strada in cui la libertà e i diritti umani prevalgono, compreso il diritto alla propria storia e alla propria identità che non può essere cancellato da una abboffata di coca cola e big mac. Il peggio che può accadere a Cuba è che precipiti nuovamente nel disastro decadente e ignobile dei tempi di Fulgencio Batista senza Batista e senza dittatura ma con una forma di democrazia ostaggio della corruzione e della criminalità come quella che domina tanti paesi occidentali.

  2. Dal punto di vista storico la relazione tra USA e Cuba non è mai stata semplicemente quella di due paesi con una diversa ideologia,bensì una relazione tra oppresso ed oppressore.Però la storia dovrebbe insegnare a comprendere la realà per non suscitare sterili forme di rivendicazione come si coglie nell’atteggiamento di autarchica chiusura di Fidel che pare dimenticare, nella sua pretesa “onniscienza”, che dopo 57 anni di rivoluzione la Cuba d’oggi ,nonostante la straordinaria fertilità della sua terra,deve importare l’80 per cento delle derrate alimentari,colpa anche dell’embargo,ma soprattutto di una politica agricola disastrosa.

  3. Mi è sembrata più che opportuna la segnalazione critica dell’intervento di Fidel su “Granma”. Tanto più che l’informazione italiana l’ha praticamente ignorato (appena un trafiletto su qualche giornale, zero sulle TV) . Quasi si possa credere che ormai tra USA e Cuba tutto sia risolto. E come?

  4. Eccellente nota. Completa l’analisi dell’ avvenimento e colloca opportunamente nella giusta luce figura e pensiero di Fidel, in allerta permanente.
    Solo mi resta un dubbio: credevo di aver letto da qualche parte che a chiudere il concerto dei RS fosse stato non il brano “Little Red Rooster”, bensì “I can’t get no Satisfaction”. E’ un dettaglio, ma non del tutto trascurabile. Poiché eseguito a Cuba il simbolismo di quest’ultimo assume un preciso valore critico.

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