IL NUOVO NAZIONALISMO ISRAELIANO, L’ IRAN E GLI STATI UNITI.

Non si era mai visto nè immaginato che un premier israeliano viaggiasse a Washington e ostentatamente ignorasse la Casa Bianca. Ci sono volute le elezioni anticipate del prossimo martedi 17 e il timore di Netanyahu di non uscirne bene, perchè le relazioni speciali tra Israele e Stati Uniti subissero un simile scossone. L’ hanno reso possibile due estremismi: quello della destra repubblicana al  Congresso che ha invitato il premier per aiutarlo nella difficile campagna elettorale, con la malizia di fare anche uno sgarbo a Obama; e l’ altro di Netanyahu che trascinato da un orgoglio luciferino non ha esitato a rendersi complice.

Com’ è ovvio e noto Obama non l’ ha presa bene. E l’ ha detto fuori dai denti, come fa ultimamente. Accusando di fatto il capo del governo di Gerusalemme d’ intromissione nelle questioni americane. Nelle stesse ore, per rimproverarlo di ridurre la politica estera del paese, vitale alla sua stessa esistenza, a strumento di campagna elettorale, 40 mila manifestanti si sono riuniti nella piazza Itzaac Rabin di Tel Aviv. “La politica del governo verso l’ Iran è stata un completo naufragio”, ha dichiarato Yuval Diskin, uno dei capi più prestigiosi dello Shin-Bet, il controspionaggio militare. L’ Iran è infatti il pomo della discordia anche all’ interno di Israele, oltre che tra il presidente americano e Netanyahu.

Ai congressisti americani, il premier ha detto ciò che volevano ascoltare, così che non ha dovuto prendersi la fatica di provare nulla delle sue controverse affermazioni. Ha annunciato che entro un anno Teheran avrà la sua bomba atomica, contro il parere di quasi tutti i tecnici e di gran parte degli stessi servizi segreti israeliani e degli Stati Uniti. Non ha fatto cenno alla bomba di cui il suo paese dispone da anni, nè alle sue avanzatissime ricerche missilistiche. Pur di mettere in difficoltà il tentativo del presidente Obama di coinvolgere l’ Iran nellle azioni politiche e militari che dovranno frenare e possibilmente sconfiggere l’ avanzata delle truppe islamiche del Califfato fondamentalista di al-Baghdadi.

Non solo: ha attribuito senza alcun dubbio all’ Iran anche gli attentati di vent’ anni addietro all’ ambasciata israeliana e alla mutua ebraica di Buenos Aires, che causarono cento morti e innumerevoli feriti. Pur di accreditare quello di Teheran come un governo dedito al crimine politico internazionale, oltre che all’ oppressione del suo stesso popolo. Con il quale, pertanto, sarebbe improponibile qualsivoglia trattativa. (A Stalin, con un simile criterio, Roosvelt non avrebbe dovuto neanche rispondere al telefono. Prevalse il buon senso della contraddizione principale, che in quel momento era costituita da Hitler e non dal dittatore sovietico).

"Flickr - Israel Defense Forces - IAF Flight for Israel's 63rd Independence Day" by Israel Defense Forces from Israel - IAF Flight for Israel's 63rd Independence Day. Licensed under CC BY 2.0 via Wikimedia Commons)

“Flickr – Israel Defense Forces – IAF Flight for Israel’s 63rd Independence Day” by Israel Defense Forces from Israel – IAF Flight for Israel’s 63rd Independence Day. Licensed under CC BY 2.0 via Wikimedia Commons

L’ Iran non è un paese come un altro: è evidente (quanti lo sono?). Così come non lo era l’ Irak di Saddam Hussein. Ma quando (erroneamente) l’ha ritenuto conveniente, la real-politik americana li ha giocati uno contro l’ altro con il pieno assenso di Israele. Difficile adesso sostenere che rendere il regime degli ayatollah interlocutore degli Stati Uniti sarebbe già di per sè il tradimento di principi irrinunciabili, un atto di ignobile viltà. Tanto più che sia pure tra scandali e inefficienze, la giustizia argentina non è riuscita finora  a indicare con certezza e a condannare i responsabili di entrambi i due tragici episodi.

Dopo il premierato del periodo 1996-99 e il governo ottenuto con il suo partito di destra Likud nel 2009, Netanyahu si presenta adesso per il terzo mandato. L’ opposizione di centro-sinistra ritiene di aver acquisito nel frattempo  settori importanti dell’ opinione pubblica. Tra i 40 mila della piazza Ytzaak Rabin, c’ erano l’ altro giorno gli uni accanto agli altri, una dozzina almeno di altissimi dirigenti ed ex capi del Mossad, il servizio segreto, generali e ufficiali superiori dellle forze armate. Michel Keidar, vedova del noto eroe di  guerra, il colonnello Dolev, caduto a Gaza; l’ ex responsabile del Mossad, Meir Dagan, il generale Almiran Levin, pacifisti, ecologisti: tutti dietro lo striscione “NO a Bibi”, il nomigliolo con cui ci si riferisce a Netanyahu.

L’ attuale centro-sinistra è attestato in sostanza su un nazionalismo moderato, attento alla sicurezza del paese, ma disponibile a trattative vere con i palestinesi che possano condurre alla formazione di due stati separati, in pace tra loro. “La guerra di Gaza è stata un errore. La politica del premier è distruttiva per la nostra sicurezza. La sopravvivenza di Israele è un miracolo che rinnoviamo di giorno in giorno”, ha detto Meir Dagan. E il generale Levin ha aggiunto:”Abbiamo bisogno di frontiere sicure. Possiamo ottenerle con una diplomazia accorta ma onesta. Ciò che Netanyahu ha detto al congresso americano, avrebbe potuto confidarlo più utilmente in privato al presidente Obama”.

Oltre a questioni politiche ed economiche di rilievo,  nelle elezioni di martedi c’è in gioco una svolta importante, per certi aspetti storica nella natura stessa dello stato d’Israele. A determinare alla fine dell’ anno scorso la crisi che ha portato a questo voto anticipato, è stato il disegno di legge governativo che dichiara Israele patria nazionale del popolo ebraico, e non più Stato ebraico e democratico come recita la Costituzione vigente. Su questa legge la maggioranza si è spaccata e Netanyahu ha deciso di giocarsi il tutto per tutto.  Ne ha diritto. Gli israeliani decideranno se è anche ciò che più conviene a Israele.

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