IL ROMANZO PERUVIANO

Il clan nippo-peruviano dei Fujimori (hanno quasi tutti doppio passaporto) contro lo stato del Perù e il suo presidente Martin Vizcarra è solo l’ultimo capitolo del romanzo peruviano, che neppure Mario Vargas Llosa, nato in quella specie di Firenze andina che è Arequipa, grande narratore e premio Nobel di Letteratura, ha potuto ancora scrivere perché lo svolgimento reale è talmente tumultuoso da impedirne una conclusione sia pur figurata. La polizia controlla il centro della capitale, Lima, percorso da manifestazioni contrapposte. Consegnate nelle caserme le forze armate, finora fedeli al capo dello stato. Le preoccupazioni per la vita economica sono ovviamente gravi e spingono per una conciliazione, auspicabile ma solo all’interno del quadro democratico.

Il paese è da ieri in stallo istituzionale. I Fujimori hanno tentato un ennesimo colpo di mano per impadronirsi della Corte Costituzionale e sfuggire così alla giustizia ordinaria in cui sono accusati di corruzione illegalità di vario genere (l’ex presidente Alberto è già in carcere da anni per reati comuni che comprendono anche quelli di strage, tradimento, associazione a delinquere; sua figlia Keiko -genio malefico di una famiglia che vanta intelligenze non comuni- l’ha seguito nei mesi scorsi per gravi episodi di malversazione; l’inchiesta giudiziaria continua). Il presidente Martin Vizcarra ha fatto ricorso a una controversa interpretazione giuridica dei suoi poteri, replicando con lo scioglimento del Congresso dominato dalla coalizione riunita dall’estrema destra fujimorista. Questa tenta di destituirlo.

Alberto Fujimori

Il Perù, 35 milioni di abitanti e un’economia tra le più prospere e stabili del subcontinente (+ 2,7% del PIL in questo 2019), è anche uno dei paesi in cui più clamorose sono le differenze di reddito tra le diverse regioni e fasce di cittadini. Permangono e sono tutt’altro che rare situazioni da medioevo. Vittime storiche le popolazioni originarie, sfruttate ed emarginate. Più che i consumi interni a sostenere il sistema produttivo sono infatti le esportazioni minerarie (materie energetiche e metalli preziosi) e agricole (fibre naturali, cotone, alimenti). Così che i progressi compiuti nell’ultima decade anche sul mercato interno non favoriscono una struttura socioeconomica altrettanto affidabile. Con il risultato che la politica rimane eccessivamente fluida ed esposta alle avventure personali.

Frantumato in un’abnorme quantità di raggruppamenti, il Congresso è un mercato permanente non tanto di idee e iniziative legislative quanto d’interessi di fazioni ancor prima che di gruppi. La popolazione, soprattutto nelle vaste e tutt’altro che facilmente accessibili aree rurali, in sostanza se ne disinteressa. E frange non trascurabili dei settori più preparati e integrati, a cominciare dal mondo universitario, si lasciano periodicamente sedurre da progetti estremi. Il più tragico dei quali, quello della guerriglia armata di Sendero Luminoso (un delirio di comunismo armato alla Pol Pot), ha prosperato per anni causando migliaia di vittime e finendo per favorire le ingiustizie e la corruzione che pretendeva di combattere.

L’odierna situazione, sebbene causata da fatti a noi ben più vicini, non ha radici del tutto estranee all’ulteriore deterioramento generale della società peruviana causata dai conflitti di quegli ultimi vent’anni del Novecento. Che permisero a Fujimori padre di giungere al vertice dello stato, impadronirsene attraverso la riduzione dei servizi segreti a una milizia personale disponibile a tutto, dal contrabbando di armi e droga all’intimidazione, alla corruzione e all’assassinio. Non senza la complicità di oscuri ma potenti interessi finanziari giapponesi. Contrastare un disegno così insidioso fu possibile soltanto quando a Washington si resero conto che quel Perù costituiva un pericolo strategico per gli stessi Stati Uniti. E gli sottrassero ogni appoggio, facendolo prima vacillare e poi rovinare.

Martin Vizcarra

Malauguratamente i capi di stato che si sono poi succeduti, da Alejandro Toledo ad Alan Garcia, a Ollanta Humala, a Pedro Kuczynski, economisti e politologi allevati nelle università esclusive della Ivy League così come pupilli della intelligencja creola o della più pura etnia precolombiana, non hanno resistito alle lusinghe degli illeciti vantaggi personali. Tutti più o meno brillanti, tutti finiti uno dopo l’altro in tribunale e in carcere. Uno di straordinario talento politico, come Alan Garcia, il più orgoglioso, che avendo preferito uccidersi piuttosto che subire l’ombra e l’onta estreme delle sbarre, tragicamente li evoca tutti. Magro conforto, si è suicidato anche il mega-gruppo brasiliano delle costruzioni Odebrecht, che li ha blanditi spargendo sistematicamente corruzione per l’intero Sudamerica. E resta materia viva d’un altro romanzo -non facile- da scrivere.

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