IL SUICIDIO DI ALAN GARCIA SCANDISCE UN’EPOCA DELL’AMERICA LATINA

Alan Garcia

Da decenni, l’indiscussa fama personale del due volte ex presidente peruviano Alan Garcia non poggiava certo sulla sua onestà personale, ma nessuno ne avrebbe previsto il suicidio. Si è invece sparato d’improvviso alla testa mercoledi scorso, quando la polizia è giunta a casa sua per arrestarlo con l’accusa di corruzione, già nota da tempo. Un gesto improvviso e disperato. “Dicano quel che dicano, io sono un patriota…”, aveva risposto con ostentata indignazione e un tono di sfida a una mia domanda su certe voci che correvano su di lui, già verso la fine del primo mandato presidenziale 1985-1990. E lo diceva convinto. Non mancava certo di personalità.

Victor Raul Haya de la Torre

La politica aveva appassionato Alan Garcia fin da giovanissimo. Nato in una famiglia vincolata all’Alianza Popular Revolucionaria Americana (APRA), il movimento populista di centro-sinistra fondato negli anni Venti da Victor Raul Haya de la Torre, ne divenne presto un dirigente, più tardi il leader. Alto uno e novantatrè, prestante e fascinoso come un attore del cinema, avvocato e politologo, aveva inoltre un eloquio ciceroniano e un’audacia da giocatore d’azzardo. Ed era abituato a vincere la mano decisiva, pronto tuttavia a lasciare il tavolo anche con la fuga se lo riteneva necessario. Sempre nella certezza di tornarvi.

Questa volta, purtroppo, non tornerà. E difficilmente il Perù, in cui era nato giusto settant’anni fa, avrà presto un capo di stato altrettanto intelligente e simpatico, arrogante e narcisista, un politico dotato di straordinario intuito e capace di comunissime e criminali spregiudicatezze. Quest’ultime tanto comuni da condividerle niente meno che con altri tre capi di stato peruviani, suoi successori: Alejandro Toledo, Ollanta Humala e Pedro Pablo Kuczynski, tutti come lui accusati con solide prove di aver approfittato della massima magistratura della Repubblica per riscuotere tangenti milionarie. Nessuno dei tre ha però pensato a gesti estremi. Humala ha accettato il carcere. Kuczynski lotta per evitarlo. Toledo gode della protezione degli Stati Uniti, dove risiede da tempo.

Quattro capi di stato d’uno stesso paese, di diverse e opposte dottrine politiche, incriminati uno dopo l’altro per gravi episodi di corruzione, costituiscono di sicuro un record, sebbene tristissimo. La vicenda risulta nondimeno ancor più eccezionale quando si tenga conto che della loro corruzione viene ritenuto responsabile un solo corruttore, la gigantesca holding delle costruzioni Odebrecht. Una transnazionale brasiliana con 180mila dipendenti che opera su tre continenti, dall’America all’Africa, all’Europa e al Medio Oriente, con intensa attività negli emirati arabi e il cui titolare, Marcelo Odebrecht, processato, condannato a una pesantissima pena carceraria, è già da anni detenuto.

Personalmente o per vie indirette, con abbondanza di prove o solo con indizi più o meno cospicui, la giustizia di vari paesi latinoamericani così come quella degli Stati Uniti accusano Odebrecht di aver corrotto i vertici politici di quasi tutto il continente, a cominciare dallo stesso Brasile. E se questi erano i metodi della holding brasiliana c’è da credere che non diversamente abbia agito ovunque nel mondo ha ottenuto appalti multimilionari. Certo è che in Sudamerica ha marcato un’epoca e determinato terremoti economici e istituzionali senza precedenti, liquidando personalità, partiti politici e maggioranze parlamentari.

I suoi metodi appaiono ormai bruciati e con essi prestigio e potere d’una impresa fondata 80 anni fa a Salvador de Bahia e cresciuta ininterrottamente. A tal punto che soprattutto tra San Paulo e Rio non mancano voci che fanno notare come lo tsunami giudiziario che ha investito e travolto Odebrecht abbia tolto di mezzo un protagonista mondiale delle grandi costruzioni, per la felicità dei suoi concorrenti. Per verificare se con il metodo Odrebrecht finirà nelle fiamme dell’inferno anche la corruzione negli appalti internazionali, sarà necessario osservare la politica con le lenti della politica e non solo con quelle giudiziarie. Alan Garcia era un culture di Montesquieu, ma il suo autore preferito restava Machiavelli.

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