MEDIORIENTE: LA PACE È POSSIBILE

ISIS minaccia al medioriente

Appariva inarrestabile l’ avanzata delle bandiere nere del Califfato, mentre le teste delle vittime inermi mozzate dalle sue scimitarre rimbalzavano sui teleschermi del mondo intero. Il marketing del terrore, al netto del blasfemo cinismo dei boia, raggiungeva gli effetti desiderati. Più d’un emarginato dei superaffollati ghetti suburbani dell’Occidente deve avervi intravvisto una rivincita sul proprio odio impotente, convincendosi a lasciarsi arruolare. Il meccanismo infernale procedeva a ruota libera. Autoproclamatosi Califfo con il nome di Al Baghdadi, il terrorista irakeno Ibrahim Al-Badri e il suo stato maggiore puntavano a estendere la guerra dalla Mesopotamia all’intero Oriente Medio.

Contavano sulle rivalità storiche che dividono l’Oriente dall’ Occidente, i russi dagli Stati Uniti, l’Islam tra la maggioranza sunnita guidata dall’ Arabia Saudita e gli sciiti che seguono l’Iran degli ayatollah, sulle differenze del settentrione dell’ Unione Europea dal suo sud mediterraneo. Per non dire degli antichi timori che alimentano l’ aggressiva autodifesa strategica d’ Israele. Il presidente Obama sperava nelle contrapposizioni interne all’ ex Unione Sovietica e in Afghanistan sui contrasti tra i diversi clan, tribù e tendenze politico-religiose, per controbilanciare la riduzione dell’impegno militare degli Stati Uniti. Ma Putin aveva risposto impadronendosi  della Crimea e accendendo una guerra civile di bassa intensità in Ucraina.

Barak ObamaObama ha compreso che il suo disegno di consolidamento degli Stati Uniti post-crisi doveva comprendere un ridimensionamento reale e formale dell’ egemonia internazionale americana e una serie di riconoscimenti delle diverse realtà regionali formatesi negli ultimi due decenni. Ed ha agito di conseguenza, affidando alla sua diplomazia compiti che il predecessore aveva preteso di risolvere con i marines. E’ la fotografia del suo successo, quella che ritrae i rappresentanti di 17 paesi, tra i quali molti fino a ieri separati da irriducibili ostilità, riuniti attorno a uno stesso tavolo a Vienna per negoziare una pace condivisa in Siria e Irak. Mettere fine a una guerra che in 58 mesi ha fatto 250mila morti e 4 milioni di profughi è diventato un comune inteesse.

La pace non c’è ancora. Nè possiamo attenderla per domani. Poichè come sempre accade in queste situazioni, ciascuna parte dovrà ingoiare bocconi amarissimi di cui non avrebbe mai voluto neppure sentire l’ odore. Nondimeno, che l’Iran dialoghi con l’ Arabia Saudita, sedendo l’uno accanto all’altra insieme a europei, americani, russi, turchi, egiziani, emirati petroliferi e principi giordani, tutti sospinti e protetti dalle Nazioni Unite di Ban Ki-Moon, costituisce un fatto senza precedenti. Bashir Al-Assad resta al governo di Damasco, ma sa bene che il suo è un potere riflesso. E il dopo-guerra non gli appartiene. Forse potrà tornarsene a Londra. Mentre la diplomazia, per la prima volta in questo secolo, prova a disinnescare la polveriera mediorientale.

 

(Image credits: Day Donaldson @ Flickr)

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