SANGUE E SCONTRI SULLA PACE IN COLOMBIA

Farc

In caserma insistevano a dire di non saperne niente. Però i 76 paesani di “Chiquito” Campo Alegre, un gruppo di case blu e bianco-giallastre giù, quasi alla frontiera con il Venezuela, erano sicuri di aver visto bene quei quattro buchi che avevano fracassato la testa di Dimar. A farli era stata una pistola calibro 9: plomo militar. In oltre mezzo secolo di combattimenti, imboscate, esecuzioni, da quelle parti tutti hanno imparato a riconoscerli, anche i ragazzi. Che infatti seguivano gli adulti vociando anche più forte di loro. Senza lasciarsi intimorire dalle raffiche sparate in aria per allontanarli. Tutti insieme avevano infine ottenuto che in città, a Santander, il Prefetto scrivesse le loro testimonianze. Così che la cosa non finì lì, arrivò a Bogotà. E gli esami dei periti gli avevano dato definitivamente ragione.

Tanto che il ministro della Difesa, Guillermo Botero, pensò di dover intervenire personalmente per chiudere il discorso:” Il 22 aprile scorso, il signor Dimar Torres, 39 anni, ex guerrigliero del Fronte 33 delle Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia, le note FARC, smobilitato in seguito agli accordi di pace, è rimasto ucciso nel presunto tentativo di disarmare il caporale Daniel Gomez, che ha difeso l’onore dell’esercito”. Ritenuta inaccettabile, la sua conclusione non fece altro che accelerare un’ulteriore denuncia dell’Associazione Contadina del Catacumbo, la regione in cui sono avvenuti i fatti: “Secondo dati certificati nei termini di legge, alle ore 17,20 del giorno indicato dal signor Ministro un ragazzo di 14 anni del quale ci riserviamo di fornire le generalità, ha visto 8 soldati arrestare Dimas Torres ad un posto di blocco stradale”. 

Sulle reti sociali apparvero le fotografie del cadavere di Dimar scattate dalla gente di Campo Alegre. Con famiglie intere che gli piangono accanto. El Tiempo e altri giornali raccontano la storia, macabri particolari compresi. Sinar Alvarado, corrispondente del New York Times, le aggiunge una risonanza internazionale. In Senato l’opposizione affronta senza mezzi termini il governo: il Ministro mente! Quello di Dimar non è che l’ennesimo assassinio di un ex guerrigliero, negli ultimi due anni ne sono stati registrati 179. Rapida come mai prima, stavolta la Procura Generale della Repubblica trasferisce la salma a Cùcuta -un’ora d’elicottero-, per un immediato esame necroscopico. Le cui conclusioni, non meno veloci, la portano a incriminare per omicidio il caporale Gomez.

Dimar Torres
Dimar Torres

Messo alle strette dalla Commissione senatoriale per la Difesa della Pace che l’ha convocato, il responsabile militare della regione di Santander, generale Diego Villegas, ammette che Torres è stato giustiziato e chiede formalmente perdono. Un senatore gli ricorda di averne già chiesto un altro di perdono e manifestando “un’uguale commozione” 11 anni fa, per un assassinio analogo su cui l’autorità militare sta tuttavia ancora indagando… Vengono fuori circostanze significative. L’assassino, il caporale Daniel Gomez, ora agli arresti militari in attesa del processo, confessa di aver seguito Dimas per 2 settimane in attesa del momento opportuno per ucciderlo. Sollecitato a dimettersi, il ministro Botero si è a sua volta giustificato affermando che il generale Villegas non aveva concordato con lui le risposte fornite alla Commissione.

Soltanto 10 giorni prima, a La Guajira, dalla parte del golfo caraibico, una coppia di ex guerriglieri è stata attaccata con fucile e pistole da un gruppo non ancora identificato, mentre dormiva con il loro figlioletto di sette mesi, Samuel David. Il neonato è morto dissanguato in attesa dei soccorsi. I genitori, Sandra Pushaina e Carlos Gonzales, sono tutt’ora ricoverati in ospedale con prognosi riservata. La casa in cui abitavano fa parte di un complesso organizzato dal governo per gli ex combattenti delle FARC smobilitati, in attesa del reinserimento ed è vigilato dall’esercito. Sono oltre 13mila gli ex guerriglieri ospitati in villaggi analoghi sparsi in vari punti del paese. Non è perciò difficile farsi un’idea del clima di esasperazione e timore che vi hanno suscitato il ripetersi di simili episodi. Più d’uno, anche tra i comandanti, cerca sicurezza tornando a internarsi nella selva.

Bandiera dell’OSA

Nazioni Unite e organizzazioni come Human Rights Watch si aggiungono a quelle locali, tutte trasversali ai partiti, per denunciare la pace lacerata. Avvertire sui pericoli che la insidiano, dopo tanto lavoro per raggiungerla: 2 anni e mezzo di trattative tenacemente volute dal presidente Juan Manuel Santos, con il tacito sostegno dell’allora presidente degli Stati Uniti, Barack Obama; dall’impegno di molti paesi e organismi internazionali, dal Vaticano alla Norvegia, a Cuba che ha ospitato le delegazioni all’Avana, all’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), all’italiana Comunità di Sant’Egidio. Come spettri, agitano nuovamente la memoria dei colombiani le stragi di 30 anni fa, che fecero fallire un precedente tentativo d’intesa tra le stesse FARC e l’allora Presidente Belisario Betancourt. Un identico stillicidio di attentati fu sommando un massacro le cui vittime vengono indicate dagli storici in più di 4mila. La pace annegò nel sangue.

Nè mancarono ancora altre cruente delusioni. Sembravano nondimeno finalmente nati sotto ben diversi auspici gli accordi firmati a Bogotà nel novembre 2016: lo stato e la più potente e longeva guerriglia sudamericana avevano trovato la via d’una convivenza praticabile, che avrebbe inoltre costituito un paradigma per i residui gruppi politici combattenti. Sul mercato dei futures a Wall Street, gli effetti della pace in termini d’investimenti interni e internazionali erano stati valutati fino a 4 punti e mezzo del PIL nazionale. Il calcolo scaturiva dalle stime degli investimenti interni e internazionali attesi grazie all’eliminazione del maggior fattore di guerra, il conflitto armato con le FARC, e quindi alla concreta prospettiva di maggiore sicurezza anche per l’economia. E il suo sviluppo avrebbe contribuito a finanziare parte dei risarcimenti alle vittime, del ritorno dei profughi e del reinserimento degli ex guerriglieri.

Alvaro Uribe

Sulla festa caddero invece subito i guasti. Il referendum popolare sugli accordi fu sconfitto di misura (poco più di 64mila voti su 14 milioni). Guidata dal precedente capo dello stato, Álvaro Uribe, esponente della destra agraria, del quale Santos è stato peraltro ministro della Difesa prima di diventarne il rivale e successore, un’accanita campagna contraria è riuscita a sollevare dubbi e avversione in ampi strati della popolazione (alimentando un’astensione di quasi il 60 per cento). I punti contestati erano (e restano) due: uno esplicito rifiuta l’amnistia di fatto concessa agli ex guerriglieri, i quali però com’è ovvio ne hanno fatto una conditio sine qua non; l’altro, sottaciuto ma non meno consistente, riguarda la restituzione da parte di latifondisti e grandi allevatori dei milioni di ettari di terreno, case, macchinari e bestiame abbandonati dai profughi e di cui si sono appropriati.

Cinquant’anni di guerra (che salvo brevi discontinuità va avanti in realtà dal 1948) hanno cacciato dalle loro proprietà tra 4 e 6 milioni e ottocentomila persone (questa stessa estensione dei numeri ufficiali offre l’idea dell’enormità della tragedia, oltre ai 210 mila morti e alle decine di migliaia di scomparsi), costrette a fuggire con i soli abiti che avevano indosso per salvare la vita. Nel tempo i loro beni sono stati tacitamente incorporati a quelli già detenuti dai grandi agrari delle rispettive province, i quali protetti dalle proprie milizie armate hanno potuto sfruttarli nel corso di tutto questo tempo e ancora nella quasi totalità dei casi ne dispongono.

Il governo di Santos aveva predisposto un certo non facile riordino del catasto agricolo nazionale, i cui risultati vengono comunicati anche agli uffici delle imposte. Successivi decreti prevedono tempi e modalità di consegna, che però in innumerevoli casi non sono rispettati. Divenendo così altrettanti casi giudiziari. Ha suscitato scalpore quello che riguarda proprio Álvaro Uribe, sul quale la Procura della Repubblica ha in atto un’inchiesta per stabilire se l’ex capo dello stato dispone dei titoli di proprietà di El Uberrimo, una magnifica villa con parco nella provincia di Cordoba, in cui spesso risiede per lunghi periodi. Situazioni analoghe coinvolgono anche un attuale ministro del governo del Presidente Ivan Duque, fedele seguace di Uribe, e altri noti personaggi colombiani.

Su questo sfondo la lotta politica si fa sempre più avvelenata e accentua nuovamente la sua militarizzazione. La lotta alla criminalità comune e a quella sociale più o meno spesso confuse entrambe con il più che mai potente narcotraffico, viene progressivamente delegata alla repressione armata, che a sua volta tende a scivolare nell’arbitrio e nell’illegalità. E’ uno sciagurato déjà vu. L’inviato Nicholas Casey scrive sul New York Times che il comandante dell’Esercito ha emanato ordini scritti alle truppe in cui chiede di “raddoppiare la quantità di criminali e ribelli uccisi, catturati o fatti prigionieri”, anche se questi dovessero comportare “un aumento delle vittime civili”, ovvero d’innocenti. A denunciarlo sono ufficiali e sottufficiali delle sue stesse truppe operative.

Queste vittime in Colombia e nell’America Latina hanno già da lungo tempo un nome: ”falsos positivos”. Malcapitati uccisi a proposito o per fatalità e presentati come delinquenti o guerriglieri morti in combattimento. In Colombia, le Nazioni Unite indicano in 5mila i civili o membri di organizzazioni armate catturati e fucilati: un eccidio! Autorità militari indicano in “almeno 1600 i soldati condannati fino all’anno scorso per questi delitti”. In Colombia, anche per la sua peraltro meravigliosa geografia, permangono numerose e vaste zone inquinate da una violenza più o meno continua ed estesa. Ma adesso è incombente il pericolo che la loro drastica riduzione così come gli altri concreti vantaggi apportati dalla pace alla legalità e alla sicurezza, alla vita quotidiana di decine di milioni di colombiani negli ultimi due anni vengano distrutti. E il paese riprecipitato in un conflitto generalizzato.  

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