TROPPE VERITA’ PER UNA SOLA MORTE

Alberto Nisman

Sono trascorsi 3 anni, indagini contrapposte e conclusioni puntualmente controverse, un cambio di governo, d’ideologia e di pratica politica: ma la morte del procuratore della Repubblica argentina Alberto Nisman (18 gennaio 2014), continua ad apparire avvolta in dubbi e misteri. Il magistrato era divenuto famoso per accusare l’allora presidente Cristina Kirchner e il suo ministro degli Esteri, Hector Timmerman, d’indiretta complicità con gli iraniani ritenuti gli autori dell’attentato all’associazione ebraica AMIA (luglio 1994). Sotto le macerie dell’edificio sventrato dall’esplosione nel quartiere alto-borghese de la Recoleta, restarono 85 morti e decine e decine di feriti, quasi tutti argentini ebrei.

Per non perdersi nel labirinto di questa sanguinosa spy-story internazionale la cui attualità permane intatta, vale ricordare che l’Argentina è stato uno dei primi paesi a realizzare tecnologia per la produzione di energia atomica (1950) e tra i primi a sottoscrivere il Trattato di non proliferazione nucleare. Sarebbe pertanto verosimile che nei primi anni Novanta del secolo scorso, l’Iran le abbia rivolto una richiesta indiretta e informale di assistenza tecnica per costruire una centrale. L’invito sarebbe stato prima considerato, poi respinto per le pressioni contrarie di Stati Uniti e Israele. L’attentato, una possibile vendetta non necessariamente attribuibile al governo iraniano.

Obama e Netanyahu

Obama e Netanyahu a confronto

L’intricato svolgimento dei due fatti luttuosi attraversa un quarto di secolo della storia contemporanea argentina e internazionale, segnato in entrambi i casi da misteri di stato, depistaggi, corruzione, enormi interessi nazionali e personali, economici, politici e strategici. Al punto da incrociare a tratti così come gli Stati Uniti del presidente Obama, le intransigenti pressioni del governo israeliano di Netanyahu, contrario a qualsiasi dialogo con l’Iran degli ayatollah. Sullo sfondo, ma fino a un certo punto, la guerra senza tregua sui prezzi del petrolio e quella tra sunniti e sciiti, la politica atomica di Teheran e gli equilibri di forza in Medio Oriente.

Nestor Kirchner

Nestor Kirchner

A Buenos Aires, malgrado pressioni e proteste, sull’attentato la giustizia accumula in vent’anni una montagna di carte quasi inutilizzabile. Finisce intanto in una grave crisi la presidenza del peronista-neoliberista Menem. Il radicale De La Rua non ne resiste le conseguenze e fugge a metà mandato. Il successore, Eduardo Duhalde, di nuovo un peronista, passa la mano. E’ il 2004. Alla Casa Rosada c’è Nestor Kirchner, dichiaratosi giustizialista di sinistra e difensore dei diritti umani, quando un tribunale assolve tutti gli imputati del processo AMIA: gli iraniani contumaci indicati dall’accusa come i mandanti dell’eccidio e la mano d’opera argentina zeppa di poliziotti prezzolati e antisemiti.

Gli argentini sono ancora traumatizzati dal default che ha arricchito pochi speculatori e distrutto migliaia d’imprese (dicembre 2001), spingendo letteralmente alla fame milioni di piccoli risparmiatori. La vicenda AMIA è scivolata via dalle prime pagine. Ma non si ferma. Accusato di gravi irregolarità, il giudice responsabile dell’istruttoria viene rimosso e una nuova inchiesta affidata a due giovani magistrati, Marcelo Martinez e Nisman. La loro iniziativa si presenta rapida ed efficace. Conferma e aggiunge ulteriori elementi di accusa contro gli iraniani, pur senza smontare del tutto un’alternativa ipotesi siriana. Il presidente Kirchner, che l’ha seguita con assiduità, se ne dichiara soddisfatto.

Gli otto incriminati, però, stanno a Teheran e tra Iran e Argentina non c’è trattato di estradizione. Una volta ancora, si ferma tutto. E sarebbe per superare questa impasse che viene avviata un’azione diplomatica riservata, che secondo il governo passato intanto da Nestor Kirchner alla moglie Cristina è del tutto legittima e necessaria agli interessi del paese. Mentre Nisman la ritiene illegale e cinica. Indizi e silenzi, la presenza di personaggi estranei alla diplomazia e allo stato lo avrebbero indotto a sospettare uno scambio: petrolio in cambio di un’occulta amnistia. A tutt’oggi, però, non sono note prove concrete al riguardo.

Julian Assange

Julian Assange

Nisman è l’unico a conoscere tutto il dossier: documenti interni agli Affari Esteri, intercettazioni dei servizi segreti argentini, ma anche interventi di quelli israeliano e degli Stati Uniti, come rivelano a un certo punto gli archivi di Wiki-leaks resi pubblici da Assange. Deve presentarlo in un’audizione al Congresso che ha mobilitato anticipatamente maggioranza e opposizione. Ma la notte precedente, quella tra la domenica 18 e il successivo lunedi del gennaio 2015, muore improvvisamente per un colpo di pistola calibro 22 alla testa, nel proprio appartamento chiuso ermeticamente dall’interno. La madre, fatta intervenire dalla polizia, deve chiamare un fabbro per rompere una serratura ed accedervi.

La scena mortuaria viene invasa dalla colpevole negligenza di varie persone, autorità locali e di polizia, prima che intervenga il magistrato di turno. La prima ipotesi, il suicidio, viene respinta dalla moglie separata, anch’ella magistrato inquirente e poi da indagini successive. Cosi come le varie perizie necroscopiche e balistiche compiute dagli specialisti del Corpo Medico Forense sono state più tardi contraddette da quelle dei tecnici della Gendarmeria e dai periti di parte. Questi hanno trovato segni di violenze fisiche di cui i primi negano l’esistenza. E l’attuale titolare del caso, ha deciso che si tratta di un assassinio, smentendo colleghi non meno noti e autorevoli.

L'Arma del delitto Nisman

L’Arma del delitto Nisman

A tutt’oggi nessuno sa dire però chi avrebbe assassinato Nisman e per quale movente, come sarebbe penetrato nell’abitazione e come ne sarebbe uscito senza lasciare traccia, sfuggendo alle telecamere di sicurezza e alla guardia del corpo del Procuratore che avrebbe dovuto stazionare agli ingressi sulla strada. L’assistente informatico del magistrato, Diego Lagomarsino, amico e confidente oltre che collaboratore, è la persona che gli ha fornito la calibro 22 ritrovata sotto il corpo del morto. Dice di avergliela portata per le sue insistenze, aveva paura e voleva un’arma. Ma risulta provato che era ancora in vita quando lui l’ha salutato ed è tornato alla propria abitazione.

E’ stato incriminato per complicità, ma non sappiamo con chi. Una lacuna non minore. La stessa accusa pesa su uno dei quattro agenti di scorta che non erano al loro posto, e ha dichiarato di aver ricevuto anch’egli la richiesta di un’arma da parte di Nisman, visibilmente in stato di forte ansietà. Quando avrà luogo, forse tra non molte settimane, il processo presenterà verosimilmente un forte carattere indiziario. Incongruenze, mezze verità e sospetti sembrano soverchiare le prove di fatto. L’unica incontrovertibile evidenza è il ruolo decisivo di agenti segreti argentini, di altri paesi, o agenti doppi nell’intera vicenda.

Certi interventi ne anticipano le accese e prevedibili polemiche: “che non si abbia l’autore, non significa che non ci sia stato un omicidio (…), l’importante è giungere agli autori intellettuali (…), quelli materiali sono puri strumenti…”, ha detto un collega e amico di Nisman. Per i difensori degli imputati certe conclusioni costituiscono altrettanti attentati allo stato di diritto. E denunciano il tentativo di sfuggire ai tempi del processo attraverso una riformulazione ideologica dei capi d’accusa: non più morte dovuta a omicidio, bensì delitto di lesa maestà, in quanto la vittima era una figura pubblica.

Cristina Fernandez Kirchner

Cristina Fernandez Kirchner

Più spedita, sebbene non priva d’incognite giuridiche rilevanti, l’inchiesta in qualche modo parallela che ha portato all’incriminazione dell’ex capo di Stato Cristina Kirchner, in libertà grazie all’immunità parlamentare che la protegge in quanto senatrice. Il suo tentativo di trattato con l’Iran configura a parere del giudice il delitto di “complicità aggravata e mancato compimento di doveri pubblici”. La circostanza che l’accusata abbia a suo tempo fatto togliere il segreto di stato a tutta la documentazione relativa, non ha dissuaso l’inquirente dall’ordinare l’arresto di sei persone a suo avviso coinvolte, tra cui l’ex segretario della Presidenza e l’ex ministro degli Esteri. Un caso politico-giudiziario senza precedenti.

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